" /> torna alla home page di Alvec

Torna alla home page... Data Odierna: 23 Novembre 2017   
EVOLUZIONE DEL SISTEMA PENSIONISTICO E SVILUPPO DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE IN ITALIA

di Carlo Sargenti
Articolo secondo classificato al concorso "Scrivi un articolo tratto dalla tua tesi"
_____________________________

Titolo tesi: “EVOLUZIONE DEL SISTEMA PENSIONISTICO E SVILUPPO DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE IN ITALIA”
Materia: Scienza delle finanze
Relatore: Paolo Pertile – Scienza delle finanze
Tipo di laurea: Laurea Triennale in Economia e Commercio
Data si laurea: 14/09/2016
Votazione di laurea: 99/110
______________________________

Uno dei temi più attuali, dato l’odierno contesto socio-economico del nostro Paese, è sicuramente rappresentato dalla futura sostenibilità del sistema pensionistico. Come ben sappiamo, la pensione pubblica non è più in grado di garantire da sola, ai soggetti in quiescenza, il mantenimento dello standard di vita precedente al termine dell’attività lavorativa. Questo dipende dalla particolare situazione in cui versa il nostro sistema previdenziale.
La prima pesante fase di crisi del sistema previdenziale italiano si ebbe tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Basti pensare che nel 1976 il rapporto tra prestazioni erogate e contributi pensionistici era circa del 100 per cento; dieci anni dopo, nel 1986, questo rapporto si aggirava attorno ad un valore del 135 per cento. Nell’arco di 30 anni si assistette ad una crescita esponenziale della spesa pensionistica: il debito pensionistico netto, misurato in percentuale in rapporto al Pil, arrivò quasi a triplicarsi tra il 1960 ed il 1990. I principali fattori che determinarono le difficoltà del sistema previdenziale furono: il progressivo invecchiamento della popolazione, il disavanzo della finanza pubblica e il basso dato occupazionale. È opportuno descrivere brevemente l’evolversi di ciascuno di questi tre fenomeni.
Durante il ‘900 l’evoluzione demografica del nostro Paese è stata caratterizzata da due tendenze: l’allungamento della vita media e il calo della natalità. Questi due fattori hanno determinato un progressivo invecchiamento della popolazione, in Italia come in quasi tutti i Paesi occidentali. Questa situazione causa evidentemente dei problemi in un sistema a ripartizione, in cui grava sulla sempre minore popolazione che lavora il compito di finanziare una sempre maggiore quota di anziani.
Dal 1960 al 1990 la spesa per le pensioni è cresciuta in modo progressivo, da un livello pari al 5% del Pil al 12,8%. Conseguentemente, dalla metà degli anni Settanta il sistema previdenziale italiano si è trovato a fronteggiare un forte disavanzo strutturale. Solo la successiva adesione al Trattato di Maastricht (1992), per la partecipazione alla moneta unica, ha vincolato l’Italia a contenere il disavanzo previdenziale. Si sono attuate quindi manovre per ridurre il rapporto disavanzo pubblico/Pil dal 10% di inizio anni Novanta al 3% entro il 1997.
Per quanto riguarda il tasso di occupazione, la dinamica del mercato del lavoro è stata tutt’altro che favorevole. Infatti, nel decennio tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni’80, le nuove tecnologie e la ristrutturazione produttiva hanno quasi raddoppiato il tasso di disoccupazione (dal 6% al 12%).
Per porre rimedio a una situazione caratterizzata da un rilevante squilibrio finanziario strutturale, negli anni Novanta hanno preso il via una serie di riforme atte a contenere il disavanzo e stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo, anche per conformare l’Italia all’indicazione comunitaria sull’importo percentuale del Pil da riservare al sistema pensionistico.
In questo scenario si è fatta sempre più evidente la necessità di riformare e rafforzare la previdenza complementare, a sostegno della prestazione pensionistica di base. Strumento della previdenza complementare sono i fondi pensione, che consentono ai lavoratori di accantonare delle somme che verranno poi investite sui mercati finanziari da operatori specializzati, in base al profilo di rischio/rendimento scelto dal risparmiatore. La previdenza complementare adotta quindi un meccanismo di finanziamento a capitalizzazione, a differenza della previdenza pubblica che si finanzia a ripartizione: si genera comunque un trasferimento di risorse, ma non da una generazione all’altra, bensì si trasferiscono nel tempo le risorse accantonate da un medesimo soggetto. Dagli anni Novanta ad oggi, le riforme in ambito previdenziale hanno posto le basi per la nascita e lo sviluppo di questo strumento. L’adesione alle varie forme di previdenza complementare avviene esclusivamente su base volontaria. Si tratta, quindi, di una libera scelta del lavoratore che intende costruirsi una rendita integrativa di cui disporrà in età pensionabile. Affinché la libertà di scelta risulti tale, occorre però disporre delle adeguate conoscenze in materia.
In riferimento al rapporto pubblicato da COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) a fine 2015, è possibile definire l’attuale situazione della previdenza complementare in Italia attraverso tre aspetti: le adesioni, le risorse in gestione e i rendimenti ottenuti. Analizzando i dati espressi dalla ricerca, è possibile anche fare una riflessione e identificare quali potrebbero essere le eventuali soluzioni alle inefficienze.
Per quanto riguarda le adesioni alla previdenza complementare, nel 2015 sono aumentate del 13,4% (incremento di circa 860 mila unità). Attualmente i soggetti aderenti sono circa 7,3 milioni. L’incremento più rilevante nelle adesioni è stato quello dei FPN (fondi pensione negoziali, ovvero quei fondi riservati a specifiche categorie di lavoratori), che hanno fatto registrare un +27,3%. Questo dato non è però solamente frutto di una nuova fiducia nello strumento da parte di tutti i lavoratori: deve essere interpretato! L’aumento è principalmente dovuto, infatti, all’introduzione di un meccanismo di adesione automatica dei dipendenti del settore edile al fondo di riferimento per la categoria (fondo PREVEDI), tramite versamento a carico del datore.
In generale, nel 2015 si è registrato un incremento delle adesioni, che risultano comunque essere ancora troppo basse: a fine anno solo il 26% della forza lavoro risulta iscritta a forme di previdenza complementare. Aumentare il numero dei partecipanti sarebbe importante per far fronte alle difficoltà del pilastro pubblico. A questo punto, si possono ipotizzare delle misure in grado di garantire un aumento delle adesioni: in primis una corretta informazione sul crescente divario tra reddito e pensione pubblica; in secondo luogo, è stato correttamente detto finora che la previdenza complementare si basa sul presupposto della volontarietà della contribuzione. È possibile che, date le condizioni in cui versa il sistema previdenziale, si possa applicare in determinati contesti l’obbligatorietà dell’iscrizione? Questa ipotesi non è certamente semplice da applicare, perché comporterebbe il venir meno di uno dei principi cardine della previdenza complementare del nostro Paese. Tuttavia, se i futuri andamenti demografici e del mercato del lavoro lo imporranno, una manovra di questo tipo potrebbe rivelarsi necessaria.
Riguardo al patrimonio gestito dai fondi pensione, esso è senz’altro significativo, ed è in aumento. Lo attestano i dati del 2015, che stimano un patrimonio di 138,4 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. L’incremento delle risorse in gestione rispetto al 2014 è stato circa del 5,7%. L’importanza dei fondi pensione nell’economia italiana è ancora ridotta, rispetto al ruolo che la previdenza complementare riveste in altri Paesi. Tuttavia è evidente, dall’incremento del numero di iscritti e degli investimenti, che il settore sia in crescita.
Come detto, il patrimonio che i fondi pensione hanno a disposizione per gli investimenti sui mercati è tutt’altro che trascurabile. Infatti, se questo patrimonio venisse investito nei titoli azionari o obbligazionari delle imprese italiane, potrebbe fungere da volano per rilanciare la cosiddetta “economia reale”. È stato questo l’auspicio degli ultimi governi, che hanno promosso un cambio di tendenza e hanno visto negli investimenti dei fondi pensione sui titoli delle aziende italiane un potenziale propulsore per il sistema economico. Attualmente, infatti, i fondi pensione investono poco nell’azionario italiano. Le ragioni di questa scarsa fiducia dei FP nelle imprese nostrane sono: le dimensioni medio/piccole (aziende spesso a conduzione familiare), le scarse garanzie di liquidità e la sottocapitalizzazione diffusa.
Una possibile soluzione, che permetterebbe al governo di perseguire il proprio (legittimo) auspicio, potrebbe essere l’applicazione di aliquote che incentivino gli investimenti sugli strumenti finanziari emessi dal privato (non modificando la fiscalità sui titoli di Stato). In questo modo, alle parole del governo seguirebbe un’azione concreta. Se, invece, la situazione dovesse rimanere inalterata, è chiaro che non può essere imposto ai fondi pensione di investire agendo contro gli interessi dei propri iscritti.
Dal punto di vista dei rendimenti ottenuti, le varie forme di previdenza complementare hanno conseguito, nel 2015, risultati medi positivi. L’analisi COVIP evidenzia anche come i rendimenti prodotti dalle forme di previdenza complementare nel periodo 2008-2015, nonostante le significative oscillazioni, siano nel complesso ben maggiori rispetto al tasso di rivalutazione del TFR maturato nello stesso periodo.
In conclusione, la previdenza complementare svolgerà un ruolo sempre più importante nel sistema pensionistico italiano. Per poter affermare ciò, occorre avere conoscenza della storia e delle prospettive del sistema previdenziale, con particolare riferimento alle crescenti difficoltà del primo pilastro. Prima di aderire a una qualsiasi forma di previdenza complementare, è necessario però comprenderne il funzionamento e i possibili vantaggi, anche in relazione ai propri obiettivi e alla propria condizione personale.