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Torna alla home page... Data Odierna: 15 Agosto 2018   
IL PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI (TTIP): UN’ANALISI CRITICA

di Silvester Kokoli
Articolo terzo Classificato nell’edizione 2018 del Concorso “Scrivi un articolo tratto dalla tua tesi”
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Titolo tesi: “The proposed Transatlantic Trade and Investment Partnership: a critical analysis”
Materia: International Economics
Relatore: Prof. Riccardo Fiorentini
Corso di Laurea Magistrale in International Economics and Business Management
Data Laurea: 27 Novembre 2017
Votazione finale: 110/110
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Il TTIP, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, è un accordo commerciale bilaterale in fase di negoziazione tra gli Stati Uniti d'America e l'Unione Europea. Le parti vedono il trattato come un accordo globale di libero scambio in grado di integrare i due mercati, creare nuovi posti di lavoro e dare impulso alla crescita economica. USA ed UE hanno in essere relazioni commerciali dinamiche e reciprocamente vantaggiose, assieme rappresentano quasi la metà del prodotto interno lordo mondiale, il 30% del commercio mondiale e hanno investimenti per oltre 3,7 trilioni di dollari nelle reciproche economie. Sono, vicendevolmente, i partner di investimento più importanti l'uno dell'altro.
Attraverso un accordo di tale dimensioni, l'UE e gli USA potrebbero essere in grado di stabilire regole e standard accettati a livello globale e allo stesso tempo rispondere al crescente ruolo dei mercati emergenti, i BRICS, in particolare la Cina. Una riduzione dei costi commerciali potrebbe dare alle imprese un certo grado di vantaggio economico rispetto alla superpotenza dell'Estremo Oriente. Con un trattato efficace, un gruppo societario americano con filiali in Europa, e viceversa, potrebbe ottenere numerosi vantaggi. Spesso accade che le grandi imprese incontrino difficoltà nel trasferire i propri prodotti da una parte all'altra dell'Atlantico a causa delle diverse norme e procedure che devono osservare e, in misura minore, a causa delle tariffe commerciali.

Il nocciolo del trattato è rappresentato dalle barriere non tariffarie, trovare un compromesso nell’area della cooperazione normativa risulta complicato. A causa di diverse procedure per conformarsi alle rispettive normative nazionali, le aziende operanti sulle due sponde dell'Atlantico si trovano ad affrontare costi considerevoli. Tali spese potrebbero essere evitate grazie al Partenariato Transatlantico che prevede una convergenza normativa parziale e/o l'accettazione reciproca dei requisiti nazionali. Le cosiddette barriere commerciali non tariffarie, non sono altro che il risultato di diversi requisiti ambientali e standard di protezione dei consumatori. Obiettivo dei negoziati è trovare un modo per ridurre i costi derivanti da tali divergenze tecnico-normative senza ovviamente rinunciare alla sicurezza dei consumatori e alla salvaguardia dell'ambiente. Per via delle diverse preferenze e priorità sociali nelle due sponde atlantiche, una convergenza totale non può essere considerata un risultato realistico.
Le barriere non tariffarie aumentano il costo di attività per le aziende (basti pensare ad esempio alle costose riconfigurazioni dei prodotti richiesta per renderli conformi alle normative estere) e ne limitano l'accesso ai mercati (ad esempio il “contingente d’importazione”). Sia in Europa che negli Stati Uniti, le barriere non tariffarie percepite sulle merci sono in media più elevate rispetto a quelle sui servizi. I negoziati non hanno mai considerato una generale accettazione reciproca delle norme, ma hanno esaminato aree di regolamentazione specifiche in cui sia possibile ammetterne la compatibilità.

Nel 2009, Ecorys, primaria società di ricerca e consulenza economica, si è impegnata in una serie di valutazioni per stimare l'equivalente ad valorem delle barriere non tariffarie e misurare fino a che punto queste possano essere rimovibili. L'analisi è stata condotta sia su ditte americane che europee operanti sia nella produzione di beni che erogazione di servizi. Il campione di aziende considerate è stato interrogato sia sulle barriere non tariffarie che sulla situazione generale di accesso al mercato. Ogni impresa ha espresso un voto da 0 a 100 per le barriere non tariffarie dove, 0 significa che nessun tipo di barriera è presente e 100 indicava barriere non tariffarie eccessivamente elevate. I risultati sono illustrati nella tabella seguente:













Dalla precedente tabella possiamo notare come sia in Europa che negli Stati Uniti le barriere non tariffarie percepite sulle merci siano in media più elevate rispetto a quelle percepite nei servizi. Le più elevate barriere non tecniche percepite riguardano l'industria aerospaziale. Per quanto riguarda le esportazioni di merci europee verso gli Stati Uniti, sono stati registrati livelli elevati per macchinari, cosmetici ed alimenti e bevande, mentre i livelli più bassi gli troviamo nell'industria farmaceutica. Se consideriamo le esportazioni di merci americane verso l'Unione europea, i più alti livelli di ostacoli non tariffari registrati sono nel settori chimico, cosmetico e biotecnologico. Tassi inferiori sono stati percepiti per i prodotti elettronici, ferro, acciaio e prodotti in metallo.
Le percentuali raccolte nella tabella precedente sono relative. Non possono essere convertite in effetti reali su costi e prezzi. Per questo motivo, le informazioni dell’analisi sono state consolidate con un gruppo di modelli econometrici per valutare approssimativamente la ripercussione percentuale del prezzo ad valorem della variazione del livello di barriera non tariffaria. Nella tabella qui sotto, è stimata la riduzione percentuale nei costi commerciali derivanti da una rimozione delle barriere non tariffarie:













Dalla stima in tabella, vediamo come il podio delle barriere non tariffarie più elevate spetta al settore alimentare e delle bevande. Ciò vale sia per le esportazioni europee (73,3%) sia per quelle americane (56,8%). Se consideriamo il settore dei servizi, notiamo come le esportazioni statunitensi siano maggiormente penalizzate nel settore ICT (14,9%), Comunicazioni (11,7%) e Finanza (11,3%). D'altra parte, i servizi dell'Unione Europea incontrano elevate barriere nel settore finanziario e assicurativo rispettivamente per il 31,7% e il 19,1%. Anche in questa tabella come nella precedente, possiamo osservare come le imprese commerciali analizzate percepiscono le misure transatlantiche non tariffarie considerevolmente più basse per i servizi che per le merci.
Riducendo gli attuali ostacoli normativi al commercio, i costi delle imprese potrebbero diminuire, il benessere dei consumatori potrebbe migliorare e ne seguirebbe una spinta alla crescita economica.

Nel best case scenario in cui tutti gli ostacoli non tariffari ridotti tramite negoziazione vengono eliminati:
• Gli utili stimati degli Stati Uniti ammonterebbero ad un aumento di 41 miliardi di euro di prodotto interno lordo all'anno e +6,1% nel settore delle esportazioni. I settori economici che trarrebbero maggior beneficio da tale convergenza sono l’industria chimicho-farmaceutica, l’automotive ed il settore finanziario.
• I guadagni stimati dell'Unione Europea ammonterebbero ad un incremento di 122 B € l'anno in PIL e ad un ulteriore +2,1% nelle esportazioni. I settori economici che trarrebbero maggior beneficio da tale convergenza normativa sono il chimico, i prodotti farmaceutici, l'industria automobilistica, e il cibo.

Dalla ricerca effettuata possiamo affermare che una riduzione delle barriere non tariffare in determinati settori potrebbe effettivamente portare vantaggi sia ad imprese che consumatori, gli ultimi potrebbero acquistare il bene o servizio ad un prezzo minore. Le difficoltà nell'armonizzazione tra l'UE e gli Stati Uniti deriva principalmente da sistemi normativi derivanti da culture e preferenze sociali diverse. Un accordo di tale dimensioni presuppone maggiore fiducia tra le parti e nell’attuale scenario politico quest’ultima viene a mancare, di conseguenza si è assistito ad un congelamento del Trattato.