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Torna alla home page... Data Odierna: 18 Novembre 2018   
L'ECONOMIA SOMMERSA E LE CONDIZIONI PER L'EMERSIONE

di Valentina Mantoan
Articolo segnalato nell’edizione 2018 del concorso "Scrivi un articolo tratto dalla tua tesi"
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Titolo tesi: L'economia sommersa e le condizioni per l'emersione
Materia: Economia Politica
Relatore: Roberto Fini
Corso di Laurea Triennale in Economia e commercio
Data di laurea: 12 Settembre 2017
Votazione finale: 100/110

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Economia sommersa? Cosa diamine sarebbe? L’economia sommersa è un tema altamente complesso, che mi ha da sempre appassionata, incuriosita e stranita.
Per prima cosa, il termine passione è molto vasto; con questo voglio intendere che vedo tanto marcio nel sistema attuale e, nel mio piccolo, vorrei cercare di ridurre questo fenomeno, almeno attraverso l’attuale strumento della conoscenza per combattere l’ignoranza che vige. Economia sommersa è un termine molto ampio, come la letteratura economica insegna, e la rilevanza maggiore è data dall’economia non osservata. Si sente spesso parlare di questo problema al telegiornale, collegato molte volte erroneamente alla vita malavitosa. La “NOE” (Non-observed economy) non è affatto contraddistinta dalla criminalità organizzata, dai traffici di droga o dalla prostituzione; codeste attività illegali fanno parte dell’economia illegale, appunto. Non è questa, però, la gran parte dell’economia sommersa; sicuramente è dannosa all’economia legale e provoca distorsioni non poco evidenti, ma la contribuzione maggiore è data sicuramente dall’evasione fiscale, in primis, e dal lavoro irregolare e/o nero.

A questo punto, ci si potrebbe chiedere quale sia il motivo di tali “cattive” condotte: se si prende in considerazione l’Italia, molti “legittimano” l’economia non osservata con la giustificazione dell’eccessiva tassazione. In realtà, questo fenomeno è frutto di un continuo circolo vizioso: con ciò non si vuole affermare che l’elevata tassazione in Italia sia causata solamente dall’evasione fiscale e dal lavoro irregolare ma che queste attitudini negative hanno condizionato e tutt’ora condizionano l’economia reale e finanziaria italiana, limitandola. Il focus per comprendere al meglio le motivazioni è dato dalla priorità assegnata all’interesse privato prevalente al benessere pubblico. Ogni individuo, pensando al proprio benessere individuale (come già prediceva il buon Adam Smith, con la sua “mano invisibile”) non considera il danno che la sua scelta economica causerà alla collettività; si potrebbe, quindi, definire come un’esternalità negativa, in quanto provoca distorsione economica derivante dalla creazione di valori che non riflettono la realtà economica. Tuttavia, è da snodare la questione del luogo comune “economia sommersa = il male”. È senza dubbio un fenomeno grave, distorsivo, dannoso ma comporta anche effetti positivi. Mi riferisco ad un lavoratore in nero che con il suo stipendio sommerso, acquista beni provenienti dall’economia legale, allocando reddito ad essa o uno studente che offre ripetizioni private per mantenersi durante gli studi.

Codesti effetti si possono definire “positivi”, in quanto il reddito ricavato dalle attività sommerse non va completamente perso ma contribuisce all’economia legale. A questo proposito, l’economia sommersa ha due qualificazioni, in base alle ripercussioni che comporta: positiva e negativa. Il secondo tipo è facilmente intuibile, resa nota a tutto l’elettorato dai media, composta da evasione fiscale, contributiva e economia illegale (traffici di stupefacenti, prostituzione e associazioni malavitose). Il primo tipo comprende le attività legali che non vengono registrate o dichiarate per loro natura. Le principali sono l’attività delle casalinghe e di volontariato. Nell’opinione comune, non fanno parte dell’economia sommersa, poiché, come affermato precedentemente, il popolo è fermamente convinto che l’economia sommersa sia una cosa terribile; in realtà, è solo un termine economico assegnato a condotte che non vengono registrate dallo Stato e tra queste ci sono anche attività nobili come il volontariato, la cui caratteristica principale è la volontà di non essere retribuiti in denaro o altra forma, ma di “fare del bene senza ricevere nulla (di materiale) in cambio” e quella fondamentale della donna casalinga, che si occupa della cura della propria abitazione e famiglia, senza anch’essa voler nulla in cambio se non l’affetto. Ritengo che questi lavori non remunerati dovrebbero essere valorizzati maggiormente dal Governo Italiano - come recita il quarto articolo della nostra Costituzione: “Ogni cittadino ha il diritto di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” - in quanto agevolano l’educazione e la cura dei soggetti più deboli dell’intera società. Una domanda che mi sono sempre posta guardando il Tg e leggendo i quotidiani riguarda la misurazione dell’economia sommersa. In effetti, è un processo molto complesso, in quanto le attività vengono occultate ed è impossibile calcolare un importo preciso: la modalità usata è data dall’individuazione di un intervallo di validità tra una stima massima e minima del segmento sommerso.

I metodi si dividono in diretti, i quali prediligono l’uso di questionari o sondaggi da somministrare in forma anonima, allo scopo di ottenere informazioni sulle attività non dichiarate e lo svolgimento di accertamenti fiscali e contributivi da parte delle autorità competenti; e indiretti, preferiti dagli economisti perché facilmente comparabili, sono composti dall’analisi del trend del sommerso attraverso il confronto delle discrepanze; ad esempio, la discrepanza tra valori ufficiali ed effettivi di partecipazione al lavoro può indicare una stima dell’andamento del lavoro sommerso, in quanto se si osserva un gap significa che è “coperto” dal sommerso; inoltre, se si osserva una riduzione del tasso circoscritta ad una zona, può indicare un aumento di sommerso. I primi sono più oggettivi, consistenti, accurati e precisi, in quanto riflettono informazioni certe ma riportano il difetto tipico della statistica campionaria, ovvero il fatto che un campione non è sempre rappresentativo dell’intera collettività. Dall’altro lato, i metodi indiretti hanno il pregio di estendere l’analisi del trend dell’economia sommersa ma partono da assunzioni troppo semplicistiche.
Passiamo ora a dati concreti: nel 2014 l’economia non osservata raggiungeva i 211 miliardi di euro (il 13% del PIL). Un dato interessante è la composizione di questi 211 miliardi: quasi il 47% è dato dalla sotto-dichiarazione e il 36,5% dal lavoro irregolare e il settore maggiormente colpito è il terziario, a dispetto di ciò che si potrebbe immaginare. Io per prima ho sempre pensato, sbagliando, che il settore più rilevante dal punto di vista del sommerso fosse il primario, considerando la sua diffusione geografica e la sua natura. Si può facilmente immaginare, invece, che un grande contributo alla sotto-dichiarazione sia dato dal settore dei servizi professionali (17,5%). Contributo al lavoro irregolare è fornito in maggior misura dai servizi alla persona (colf, badanti, ecc.) e dall’agricoltura, come si poteva prevedere. In questo ambito, è in ballo, inoltre, il ruolo degli immigrati che vengono spesso sfruttati a causa della loro fragilità ed eccessiva “flessibilità”.
Date le dimensioni rilevanti del fenomeno ci si potrebbe interrogare sui motivi per cui vengono effettuate dette attività. I motivi sono molteplici e sono importanti per capire le dinamiche e per chiedersi se è davvero comprensibile un fenomeno che riguarda migliaia di persone o se è completamente da condannare. La causa scatenante e più comprensibile può essere l’elevata pressione fiscale e contributiva che in termini economici, ha senso. Basti rammentare la curva di Laffer, il quale affermava che oltre un punto di tassazione, denominato T*, gli individui non sono più incentivati a pagare le imposte; quindi, le entrate si ridurranno sempre di più fino ad annullarsi se il livello di tassazione diventa il massimo possibile. La correlazione è verificata in molti paesi, l’Italia in primis caratterizzata da forte pressione fiscale ed elevata economia sommersa, ma in molti altri non lo è (i paesi scandinavi presentano elevata pressione fiscale ma economia sommersa limitata).

Un’altra importante causa è la regolamentazione. Non è mai collegata all’economia sommersa ma ha dei riflessi tanto importanti quanto quelli legati alla pressione fiscale. Un sistema intriso di eccessiva burocrazia che rallenta gli iter per svolgere qualsiasi operazione, quale è l’Italia, comporta costi rilevanti e incentiva ad operare nell’”underground” e lo stesso riguarda, in particolare, il mercato del lavoro: in Italia i lavoratori possiedono intrinsecamente un livello di protezione elevato. Questo fattore che, a prima vista, può sembrare un dato positivo, non lo è affatto perché complica la posizione del datore di lavoro che non è libero di licenziare e tutto ciò invoglierà ad assumere irregolarmente i propri dipendenti, avendo libero arbitrio su retribuzioni, orari e condizioni di lavoro. Infine, un’importante correlazione è quella presente tra economia sommersa e corruzione. L’Italia è sicuramente un esempio principe di questa relazione ed è normale immaginare che uno Stato in cui non vige la meritocrazia, in cui contano le raccomandazioni, intriso di corruzioni, non è il terreno adeguato su cui sedimentare sentimenti di giustizia, etica e legalità, incentivando i cittadini ad operare nell’illegalità. Tutto ciò è anche collegato alla “tax morality”: osservando uno Stato pigro e corrotto, gli individui perdono fiducia in esso e non troveranno ragioni per contribuire allo sviluppo e al progresso del paese. L’Italia ha un indice della corruzione percepita di 43 (dove 0 indica la corruzione totale e 100 l’assenza di corruzione), assimilabile a molti Stati africani e asiatici dove vigono regimi dittatoriali e sistemi obsoleti. È segno molto grave e spiega profondamente l’elevato tasso di economia sommersa.

Le conseguenze, purtroppo, non sono rosee, soprattutto se vige la mafia: la prima sarà la riduzione della produzione e del profitto come effetto del monopolio, e come ogni buon economista sa, ogni qual volta si presenti un monopolio, la quantità d’equilibrio si riduce ed infine la fuga di queste imprese dal mercato, esprimendo l’incapacità di sostenere il ritmo della concorrenza sleale. In ogni caso, le imprese che si sottrarranno al pagamento dei contributi o alla registrazione dei dipendenti si avvantaggeranno ingiustamente producendo una perdita secca per lo Stato, provocando un gap nel Bilancio Statale che non riceve abbastanza entrate per finanziare le spese, vedendosi obbligato ad aumentare le imposte per pareggiare, dando vita ad un circolo vizioso a cui non sembra possibile mettere fine. Tante politiche sono state attuate per ridurre questo fenomeno ma nessuna in particolare è stata così efficace da ridurre rilevantemente il sommerso. Innanzitutto, fondamentale è l’incremento dell’uso di moneta elettronica in modo da poter tracciare i movimenti dei cittadini, un aumento dell’occupabilità attraverso incentivi, miglioramento della qualità e forma del lavoro e il potenziamento dei servizi alla persona, sia al lavoratore (asilo e nido), sia alla persona in quanto tale; quindi, servizi di trasporto efficienti, servizi per gli anziani, ecc.

La verità è che questi rimedi, nonostante siano ragionevoli e necessari, non sono sufficienti per risolvere questo problema enorme: sono delle cure palliative. Ciò che ha bisogno l’Italia è una politica strutturale di sviluppo, connessa alla creazione di infrastrutture, di lavoro, di servizi pubblici, di eliminazione dell’eccessiva regolamentazione e corruzione, in modo da co




Valentina Mantoan