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Torna alla home page... Data Odierna: 21 Ottobre 2018   
ECONOMIA SOCIALE E DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA: UN NUOVO FATTORE DI VANTAGGIO COMPETITIVO PER IL NON PROFIT

di Alessia Zoppelletto
Articolo segnalato nell’edizione 2018 del concorso "Scrivi un articolo tratto dalla tua tesi"
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Titolo tesi: Economia Sociale e Democrazia Partecipativa: Un Nuovo Fattore di Vantaggio Competitivo per il Non Profit
Materia: Economia del terzo settore
Relatore: Prof. Luca Zarri
Corso di Laurea magistrale in in Economia e Legislazione d'impresa Data di laurea: 1 Settembre 2017
Votazione finale: 110/110 e lode

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Art. 48 Costituzione:
"[...] il voto è personale ed eguale, libero e segreto,
il suo esercizio è dovere civico."

Lo scorso 4 marzo i cittadini italiani sono stati chiamati al voto, ma di fatto qual è stata l'affluenza alle urne?
Il voto - che si configura come una delle maggiori conquiste delle democrazie libere - dalla nascita della nostra Repubblica ad oggi ha subito un drastico crollo e, con esso, anche la frequentazione dei partiti politici, da sempre considerata una delle modalità per eccellenza di partecipazione politica all’interno dei regimi democratici.

Negli anni 50 - 60 il maggior partito del nostro paese vantava circa 2 milioni di iscritti, oggi il primo ne conta appena 400 mila. Gli attivisti di partito sono quindi oggi quasi scomparsi, inoltre essendosi drasticamente ridimensionati gli iscritti, non si possono più intendere i partiti come «associazioni di iscritti» ma si parla ormai di «parties without partisans».

Nel dibattito corrente spesso si fa riferimento alla «crisi della democrazia» e alla «crisi della rappresentatività» e cresce senza interruzione la letteratura a proposito della «democrazia a bassa intensità» o «volatile» come una democrazia di fatto notevolmente indebolita.

Gran parte di questo mutamento avvenuto negli ultimi decenni deriva dalla sfiducia verso il sistema di democrazia rappresentativa fondato sui partiti. Ulteriore causa di tale sfiducia è la farraginosità nella quale è incappata l’azione amministrativa, spesso rallentata da un apparato lento e macchinoso, del tutto inadeguato alla velocità delle dinamiche della società odierna.

Proprio negli stati dotati delle istituzioni democratiche formalmente più perfezionate, si diffonde oggi tra società civile l’apatia politica che in alcuni casi degenera in un’incuranza tale da sostituire persino al voto di opinione, il voto di scambio.

Questo quadro è completato da processi di professionalizzazione della politica che hanno portato spesso al superamento dei conflitti ideologici tra partiti: gli estremismi hanno lasciato il posto alla moderazione, si è mirato più ad un buon governo che a riforme sociali radicali che come risultato hanno prodotto una gestione manageriale della politica basata sulla moderazione.

Al contrario, un fenomeno che può vantare un trend molto positivo è quello della c.d. economia sociale ovvero il terzo settore dell’economia, chiamato così per differenziarlo dai due settori tradizionali dello Stato e delle imprese.

Appartengono a questo mondo una varietà di realtà quali: associazioni, cooperative sociali, fondazioni, organizzazioni di volontariato e così via.

In origine le realtà organizzative del terzo settore sono state connotate da una crescita silenziosa, dovuta per lo più alla grande frammentazione del fenomeno in una poliedricità di forme e alla resistenza strutturale al loro raggruppamento che causava una conseguente invisibilità istituzionale nei sistemi di contabilità nazionale, penalizzata ulteriormente da un impianto normativo del tutto carente.

Il più celebre tra i tratti distintivi di queste organizzazioni è la presenza di limitazioni stringenti alla distribuzione degli avanzi di gestione. Per questo motivo molti pensano che le organizzazioni non profit siano semplicemente organizzazioni che non traggono profitto dallo svolgimento della loro attività, ma si tratta di un forte malinteso: sono organizzazioni a tutti gli effetti, che devono esser indirizzate secondo gli stessi principi di economicità che competono a tutte le forme di aziendalità, anche se la loro attività economica è strumentalmente tesa al perseguimento di finalità di altra natura.

Altre significative peculiarità riguardano la modalità di approvvigionamento di capitali delle imprese non profit attraverso donazioni e la loro capacità di attrarre una certa quantità di lavoro volontario. Alla luce delle più recenti analisi economiche, da questo punto di vista, potremmo dire che tali organizzazioni godono di un forte vantaggio competitivo rispetto le imprese tradizionali, ovvero quello si saper intercettare motivazioni non egoistiche che spingono una parte degli agenti economici a finanziarle attraverso propri capitali o con il proprio lavoro. Tali orientamenti genuinamente cooperativi o altruistici non sono stati considerati per lungo tempo dalla letteratura economica tradizionale che ha sempre seguito logiche secondo cui gli agenti sono guidati dal mero self-interest (teorizzato da Adam Smith mediante la celebre metafora della “mano invisibile” e la categoria concettuale dell’homo oeconomicus).

A legittimare l'affermarsi del terzo settore ci ha pensato il Legislatore che ha recepito queste nuove tendenze interne alla società dapprima introducendo il principio di sussidiarietà orizzontale all'interno della Carta Costituzionale, poi emanando la nuovissima Riforma del Terzo Settore.

Oggi il terzo settore ha assunto proporzioni tutt’altro che trascurabili e, numerose sono le teorie che tentano di giustificarne la genesi, una tra queste è la teoria dell'elettore mediano di Burton Weisbrod.

Nel suo pioneristico articolo del 1977, l’autore spiega che quando lo Stato è chiamato a scegliere il livello ottimale di fornitura dei beni/servizi pubblici deve anche stabilire dei criteri che permettano di capire quanta quantità produrne e con quale livello di qualità.

Weisbrod nella sua riflessione assume che tali decisioni pubbliche vengano prese sulla base dell’esito dei processi politici e che tali processi politici siano guidati da meccanismi elettorali maggioritari – di tipo maggioranza semplice – pertanto l’esito sarà vittorioso per il candidato che conquisterà il 50%+1 dei consensi. Lo Stato democratico, secondo l’autore, risponde così ai cittadini, le cui preferenze sono rivelate dalle scelte elettorali.

Siccome è di fatto impossibile fornire un livello di bene pubblico che sia in linea con le preferenze di ogni cittadino, i candidati che vorranno essere eletti in un sistema maggioritario, per vincere, dovranno focalizzarsi sulle preferenze dell’elettore mediano. Al posizionamento (di quantità) di bene pubblico pertinente all’elettore mediano – che possiamo anche sostituire con: “ad una data promessa elettorale” – è associata la massimizzazione di probabilità di vittoria nella competizione politica. Da qui la tendenza dei partiti a “convergere verso il centro” e a competere per la conquista del c.d. “elettorato moderato”.

È quindi possibile affermare che il livello ottimale di fornitura dei beni/servizi pubblici che sarà effettivamente erogato, sarà decretato dalle preferenze dell’elettore mediano, per questo il modello di Weisbrod è noto anche come “modello dell’elettore mediano”.

L'autore però non si preoccupò di porre l'accento sul fatto che, il miope focalizzarsi sulla massimizzazione del risultato alle urne, col passare del tempo, ha generato una progressiva perdita della funzione per cui i partiti stessi sono stati creati: ovvero la rappresentanza della collettività e delle sue preferenze.

Com’è chiaramente visibile dalla Figura 1, le preferenze mediane alle quali la parte politica guarda per massimizzare il consenso collettivo, rappresentano certamente la “porzione strategica” della distribuzione ma sono comunque in termini quantitativi una porzione marginale. Programmi elettorali per lungo tempo focalizzati sull’ottenere il consenso di questa piccola porzione di elettori, inevitabilmente hanno generato degli effetti perversi.




Figura 1- Preferenze mediane













La perdita del collegamento tra promesse elettorali e preferenze dei cittadini over-satisfied e under-satisfied (rappresentate nelle due "code" della distribuzione) manca di dare risposta ad una domanda di bene relazionale di partecipazione.

Il cattivo funzionamento del sistema elettorale dovuto al maggioritario e il suo uso spregiudicato ha condotto, secondo questo pensiero, all’indebolimento del sistema democratico, mettendo in dubbio l’efficacia dei partiti nel loro ruolo di mediatori della democrazia.

Infine vi sarebbe un ulteriore problema: quello della produzione di una quantità ottimale di bene relazionale di rappresentazione (o partecipazione) in presenza di elettori con preferenze eterogenee. È noto, che l’aspetto cruciale che definisce il grado di concorrenzialità e quindi di democrazia economica di un mercato è rappresentato dalla potenziale entrata di un competitor: un mercato ha forme socialmente desiderabili se operare in esso non risulta precluso ad alcuno e se nessuno è in grado da solo di piegarlo significativamente ai suoi interessi. In caso diverso, si formano delle rendite.

Sempre seguendo un approccio economico, si potrebbe affermare che quello che in economia si chiama «principio di minima differenziazione dei prodotti» in politica si potrebbe chiamare «principio di minima differenziazione dei programmi elettorali», tutti tesi all’ottenimento del consenso dell’elettore mediano.

In questa ottica le organizzazioni del terzo settore non nascerebbero solo per soddisfare - come afferma Weisbrod - la domanda di bene pubblico dei cittadini ma, potremmo affermare che esse si qualificherebbero altresì come dei rappresentanti addizionali, proprio al pari dei rappresentanti politico-governativi, delineando così un mercato concorrenziale di rappresentatività. In questo senso il Terzo Settore esplora gli spazi vuoti esistenti tra il Governo e i cittadini e, laddove si profila un government failure – dato dalla produzione di una quantità non ottimale di bene relazionale di rappresentazione (o partecipazione) da parte delle strutture rappresentative – la sua struttura emerge per rispondere, vincolando una risposta partecipativa completamente apolitica. ln questo senso il vero vantaggio competitivo dell’economia sociale sta nel suo rappresentare – per la società odierna – l’unica forma di partecipazione depoliticizzata.




Alessia Zoppelletto