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Torna alla home page... Data Odierna: 19 Agosto 2019   
LA SOSTENIBILITÀ NEL MONDO DELLA MODA: TREND O INVESTIMENTO STRATEGICO?

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Beatrice Veronesi
Corso di Laurea Magistrale in Direzione Aziendale
Votazione 110/100
Relatrice Prof.ssa Silvia Cantele
Data di laurea: 7/12/2018
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Era il 1971 quando Greenpeace a bordo di un vecchio peschereccio iniziò la sua attività contro i crimini ambientali segnando in quegli anni la scena politica.
Nello stesso anno nasceva la figlia di Paul, Stella McCartney. Chissà se è stata solo una coincidenza o proprio quei movimenti ambientalisti hanno fatto si che quarant’anni dopo la stilista potesse diventare la portavoce di una moda responsabile e sostenibile.
Tuttavia, quello che oggi è sulla bocca di tutti, in realtà è un concetto nato negli anni Trenta e d’allora molto è cambiato in termini di “Corporate Social Responsibility”. La considerazione per la CSR, infatti, è cresciuta in modo esponenziale grazie all’ascesa di alcuni fenomeni di impatto nel contesto generale, economico e sociale. Tra questi, spiccano grandi temi quali la globalizzazione, l’impegno verso i problemi ecologici, la salvaguardia dell’ambiente e una maggiore attenzione in favore dei lavoratori e dei diritti umani. Da ultimo, anche la figura dei consumatori è risultata essere piuttosto mutevole, come dimostrato da un’evoluzione nei valori e dalla maggiore attenzione verso comportamenti e atteggiamenti “responsabili”.
Di fatto, l’idea di sostenibilità si declina in tre componenti fondamentali, rappresentate dalla dimensione economica (intesa come la capacità di creare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione), sociale (vale a dire la capacità di garantire diverse forme di benessere umano, indistintamente dalla provenienza di classi e dal genere) e ambientale (cioè, l’abilità di gestire in maniera corretta la qualità delle risorse naturali), ciascuna delle quali concorre a definire idealmente il pensiero di sviluppo sostenibile. Suddetto concetto è complementare alla responsabilità sociale e vuole intendere “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”, come recita la definizione pubblicata dall’ONU nel 1987. Tale pensiero esprime in modo chiaro la consapevolezza del fatto che le risorse naturali siano presenti sul territorio in quantità limitata, implicando la necessità di un’elevata responsabilità e una maggior cautela nel loro utilizzo.
Le tendenze esaminate sono in grado di caratterizzare e colpire anche un settore assai presente nella nostra quotidianità, come quello del fashion. Infatti, risulta difficile pensare a un mondo senza tessuti, dal momento che i capi di abbigliamento vengono indossati da tutti e per molti rappresentano più di un mero indumento. A conferma di ciò, il valore di mercato del segmento dell’abbigliamento si aggira attorno a 1.350 miliardi di dollari, e il numero di persone coinvolte da tale settore attraverso l’intera catena del valore supera i 300 milioni.
Tuttavia, quello che da un lato si presenta come un settore redditizio e con ulteriori prospettive di crescita, non è esente da criticità sociali e ambientali riscontrabili nelle principali fasi del processo produttivo: la produzione di fibre e tessuti, la tintura e finissaggio, e la produzione del capo finito. Un’implicazione altrettanto rilevante riguarda l’eccessivo consumo di risorse non rinnovabili, basti pensare che sono necessari 2.700 litri d’acqua per realizzare una t-shirt standard.
Alla luce di questi dati, considerando anche l’aumento della domanda globale di abbigliamento legato allo sviluppo della classe media e della loro disponibilità di spesa, è evidente come possa essere rischioso, per le aziende, non affrontare le questioni sociali e ambientali legate ai processi produttivi.
Uno stile di consumo diverso e maggiormente sostenibile è comunque possibile, anche alla luce delle profonde trasformazioni nelle decisioni di acquisto dei beni di moda indotte dalla recessione economica. Dalla recente crisi del 2008 è uscito un consumatore più evoluto, attento all’uso delle materie prime oltre che al rapporto tra qualità e prezzo, con una maggiore capacità critica relativamente alle proprietà intrinseche del prodotto. A queste nuove caratteristiche del cliente finale fa seguito un’altrettanta maggiore disponibilità a pagare per l’acquisto di capi di abbigliamento riconosciuti come prodotti sostenibili. A causa di questi mutamenti dal lato della domanda, l’offerta delle imprese non solo si è allineata ma ha anche sviluppato nuove competenze e tecnologie tramite cui declinare il concetto di responsabilità sociale d’impresa.
Però, che qualcosa stia cambiando all’interno di tale settore si può vedere anche dalla diffusione di sistemi di misurazione della performance dei gruppi del lusso, basati non solo sui risultati di business, ma anche sulle evidenze ottenute in ambito ambientale, sociale e a livello di governance. Tra le diverse misure, lo strumento più diffuso è denominato “ESG score”, indice con cui si possono effettuare attività di benchmarking tra diverse società sulla base delle loro performance in ambito sostenibile.
In particolare, tale indice, viene costruito assegnando un punteggio in merito al grado di informazione trasmesso dalle aziende relativamente alle tematiche ambientali, sociali e di governance. Ogni informazione viene ponderata sulla base della rilevanza che ha nel settore economico di riferimento e la performance complessiva registrata nelle tre aree di interesse definisce lo score finale. L’indicatore risultante può variare all’interno di un range che va da 0 ad un massimo di 100, valore assegnato a un’azienda comunicante in tutti gli ambiti. Ad oggi, sono tre le principali agenzie internazionali di servizi finanziari che possono fornire informazioni in tale direzione: Bloomberg, Thomson Reuters e MSCI.
L’ESG score pubblicazione, dunque, è riassuntivo delle tre aree ed è composto dalla loro somma, per il cui calcolo vengono utilizzati pesi specifici. Il perimetro di tali misurazioni fa riferimento a dimensioni delle prestazioni aziendali che non vengono messe in luce dai dati contabili pubblicati regolarmente. Infatti, i bilanci delle aziende non forniscono, a dirigenti e investitori, informazioni e dati circa la reputazione dell’azienda, la brand-equity, la sicurezza sul posto di lavoro, il know-how posseduto e altri fattori. Se, da un lato, la propensione nel divulgare le pratiche ESG si è estesa nel corso degli anni con lo scopo di mantenere le aziende sostenibili (divenendo un obbligo, addirittura, per le imprese quotate), è altresì vero che tali informazioni risultano ancora in larga parte ignorate da molte aziende e investitori.
Dato lo scenario attuale sorge spontanea una domanda circa quale sia, ammesso che esista, l’impatto della sostenibilità sulla performance delle aziende, all’interno di un settore così fortemente esposto a critiche come quello del fashion.
In questo senso la letteratura non ci viene d’aiuto, poiché ad oggi non vi è una risposta univoca né sull’impatto e nemmeno sulla misurazione di esso.
Ai fini dell’indagine si è deciso pertanto di analizzare gli effetti delle politiche sostenibili a trecentosessanta gradi sia da un punto di vista del perimetro di impatto che a livello temporale, non limitandosi al calcolo di costi e benefici di breve periodo, ma allargando il campo a una visione di medio-lungo termine.
Per riuscire a rispondere alla domanda di ricerca presentata, è stata utilizzata una tecnica di analisi regressiva (“linear regression”), basata su metodologie statistiche, per calcolare l’impatto di una serie di dati su una variabile obiettivo (variabile dipendente o endogena), al netto dell’errore statistico.
In particolare, si è proceduto a testare il ritorno generato dagli investimenti sostenibili su quattro variabili di accounting e una “di mercato”. Per quanto riguarda le prime, i modelli che sono stati creati fanno riferimento alle variabili di liquidità, solidità, redditività e dimensione, le quali hanno tutte un impatto sullo sviluppo aziendale. In aggiunta a queste variabili dipendenti, si è scelto di dedicare un modello ad hoc per la comprensione del legame tra sostenibilità e performance azionarie delle maggiori imprese del fashion quotate. È stata quindi condotta un’estrazione da Bloomberg ed è stato costruito un database caratterizzato dalle osservazioni di 43 diverse imprese prendendo in considerazione sei anni, dal 2012 al 2017. Invece, i dati economico-finanziari sono stati scaricati da Orbis, software che permette l’analisi e il confronto internazionale di società, banche e assicurazioni.
Per ognuna di tali aziende sono stati, quindi, raccolti dati riguardanti le emissioni, variabili appartenenti alle diverse aree aziendali, oltre che dati riferiti al mercato azionario.
A valle di indagini preliminari e grazie al supporto dell’analisi di correlazione, sono state validate cinque variabili dipendenti sulle quali verrà misurato l’impatto delle azioni di sostenibilità: Return On Sales (indicatore di redditività), Liquidity Ratio (indicatore di liquidità), Gearing Ratio (indicatore di solidità), Total Assets (indicatore di dimensione) e Market Capitalisation (indicatore di mercato).
Nello specifico, prendendo in esame i cinque modelli costruiti, emerge la presenza di una struttura di fondo comune rappresentata dagli indicatori di sostenibilità. In particolare, l’indicatore ESG score, kpi di sintesi della performance sociale, ambientale e di governance dell’impresa, risulta rilevante in tutte e cinque le regressioni finali.
Riconosciuta l’importanza della sostenibilità, non si può però dare una risposta univoca alla domanda circa la direzione di tale impatto. Infatti, dall’analisi emergono esiti contrastanti anche all’interno del medesimo campione di imprese. Tali risultati sono riconducibili alla natura delle diverse variabili dipendenti prese in esame per misurare i risultati economici aziendali. Per quanto riguarda il primo modello regressivo, la cui variabile dipendente è data dal Return On Sales, l’impatto negativo delle azioni implementate in favore della sostenibilità può essere innanzitutto ricondotto all’evoluzione delle politiche di approvvigionamento. Questa attività di acquisto delle materie prime si trova alla base della catena di fornitura e richiede un elevato sforzo quando è improntata alla sostenibilità socio-ambientale. Infatti, l’impresa dovrebbe relazionarsi con fornitori di materie prime a basso impatto ambientale (ne è un esempio l’utilizzo del cotone organico), al punto tale che nei loro confronti sono stati introdotti specifici requisiti basati su standard internazionali. Questa componente del processo di “approvvigionamento sostenibile” presenta però alcuni elementi che ne limitano l’adozione da parte di un numero elevato di imprese. Su tutti, emergono i costi aggiuntivi dei materiali, unitamente alla complessità delle catene di fornitura e alla ridotta base clienti (conseguenza diretta dell’incremento del prezzo). Tutto ciò si traduce, nel breve periodo, in una diminuzione del reddito operativo a fronte di una maggiore performance sostenibile. I maggiori costi di acquisto possono comunque riflettersi in un incremento della posizione debitoria nei confronti dei fornitori, impattando cosi sull’indice di liquidità primaria, il cosiddetto “Liquidity ratio”. Tale indicatore, infatti, è calcolato mediante il rapporto tra le attività e le passività correnti: queste ultime, appunto, possono aumentare ogniqualvolta le imprese intraprendano pratiche sostenibili. Inoltre, la crescita dell’ESG può impattare anche sul numeratore di questo kpi, risultante in un drenaggio delle liquidità immediate o differite. La combinazione di questi elementi mette in luce una minore capacità dell’azienda di fronteggiare tempestivamente con adeguata liquidità gli impegni nel breve periodo.
L’ultima variabile che presenta una relazione negativa tra sostenibilità e performance economiche consiste nel “Gearing ratio”. Infatti, la terza analisi regressiva mette in risalto come a maggiori punteggi ESG faccia seguito uno sbilanciamento del rapporto tra mezzi di terzi e mezzi propri in favore dei primi. Detta evidenza fornisce un interessante spunto di analisi poiché quello che in apparenza può sembrare un mero aumento del grado di indebitamento, in realtà può anche significare un incremento della fiducia dei finanziatori nei confronti delle aziende che investono in sostenibilità.
Le ultime due analisi regressive suggeriscono, invece, una relazione positiva tra le performance sostenibili e le rispettive variabili dipendenti, a partire dal quarto modello costruito per esaminare le variabili esplicative del valore totale dell’attivo delle società. In questo caso, infatti, l’impatto studiato risulta avere non solo segno positivo ma anche rilevante entità: alla variabile del punteggio ESG si accompagna ora il livello di iniziative implementate ai fini di una riduzione delle emissioni. L’insieme di queste pratiche è il frutto di una mole significativa di investimenti compiuti da quelle aziende per cui la sostenibilità non corrisponde a una mera componente accessoria, bensì rappresenta un pilastro strategico da perseguire. L’output derivante, quindi, sottolinea come la sostenibilità costituisca un vero e proprio driver di crescita dimensionale.
Infine, anche nella quinta equazione ottenuta ritroviamo un effetto positivo dell’indice di sostenibilità sulla variabile d’indagine, data dalla capitalizzazione di mercato. A maggiori investimenti compiuti da un’azienda in ottica sostenibile corrispondono incrementi della valutazione azionaria del relativo titolo. Si può supporre che il mercato reagisca rapidamente alle decisioni compiute dalle imprese in tale direzione, premiando con rendimenti più elevati chi mette in atto scelte sostenibili. In questo senso, un’ulteriore implicazione riguarda la creazione di un possibile circolo virtuoso tra il settore finanziario e l’economia reale: infatti, l’importanza che gli investitori istituzionali assegnano agli indici di sostenibilità (ESG, su tutti) potrebbe incentivare l’adozione di tali iniziative e l’integrazione di questi principi nella gestione delle proprie attività da parte delle società quotate.
Tuttavia, come dimostra il recente sviluppo delle pratiche sostenibili, la strada da compiere verso tale direzione è ancora lunga e complessa: infatti, è tuttora limitata la consapevolezza degli effetti negativi connessi al mancato intervento in ambito sostenibile da un lato, e dei benefici tangibili a lungo termine dell’adozione di tali pratiche dall’altro. Più in generale, l’impegno assunto dalle imprese deve rientrare in un processo cognitivo, condotto non per volontà di apparire quanto per conseguire un benessere diffuso in favore delle generazioni future.








Beatrice Veronesi