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Torna alla home page... Data Odierna: 10 Luglio 2020   
LE “BUONE” RIFORME PENSIONISTICHE ITALIANE: IL CASO DI QUOTA 100

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Eleonora Trentini
Laurea Triennale in Economia Aziendale
Votazione: 101/110
Relatore: Prof. Claudio Zoli
Data laurea: 4/12/2019
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Ci si è mai interrogati su quali potessero essere le basi di una buona riforma pensionistica? Ovviamente sì. Elsa Fornero, nella prefazione del libro “La riforma del sistema previdenziale italiano”, scritto nel 2001 insieme al suo mentore e grande economista Onorato Castellino, ne ha delineato i punti principali, definendo come essa dovesse portare a un sistema finanziariamente sostenibile, economicamente efficiente, non distorsivo delle scelte individuali e di risparmio e in grado di ripartire appropriatamente i rischi demografici, economici e politici. Un quadro molto astratto, quasi utopico, soprattutto se ci si basa sull’osservazione delle riforme pensionistiche degli ultimi quarant’anni. Sia chiaro, non si vuole azzardare che nessuna riforma puntasse a questi obiettivi, ma solo che non si è mai riusciti a raggiungere un sistema che potesse soddisfare a pieno l’equità, la sostenibilità e l’efficienza. A fronte della riforma pensionistica 2019 “Quota 100”, sorge spontaneo domandarsi: è l’ennesimo buco nell’acqua? L’ennesimo tentativo di sistemare un sistema che pare “non sistemabile”?

La storia del nostro paese ci disegna un percorso frastagliato, fatto di inversioni di rotta e di cambi di tendenza. La motivazione? Una spesa pubblica troppo elevata per le prestazioni pensionistiche. Gli anni d’oro del dopo guerra, in cui il benessere era evidente, la popolazione stava crescendo e in cui c’era espansione economica, erano lo scenario ideale per instaurare un sistema a ripartizione con un tasso di rendimento molto elevato e che assicurasse il patto intergenerazionale. In parole povere, il lavoratore versava contributi per finanziare chi era già in pensione e questi ultimi godevano di un ricarico molto elevato. Pensioni d’oro, così come l’epoca. Era il 1992 quando, dopo già un decennio di preoccupazioni dovute allo squilibrio del sistema (troppi pensionati rispetto ai lavoratori, cedole troppo alte e variabilità dei limiti demografici o contributivi), che l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato introdusse i primi cambiamenti. Rimase l’impianto retributivo, ma si innalzarono le età per l’accesso alla pensione di vecchiaia: ben 65 per uomini e 60 per le donne. Per la pensione di anzianità restò tutto uguale, 35 anni di contribuzione. Rese il calcolo della cedola più equo, basandolo sull’importo di tutti gli assegni mensili dei lavoratori e non solo su quelli degli ultimi cinque anni, e stop. Sembrava già un bel cambiamento. Ma ovviamente non fu sufficiente. Intervenne poi Lamberto Dini, presidente del consiglio sotto la Repubblica Scalfaro, e sotto di lui avvenne uno dei più importanti cambiamenti: l’introduzione del sistema contributivo, in vigore ancora oggi, con cui si è sciolto ogni tipo di patto intergenerazionale e secondo cui ogni lavoratore contribuiva per la sua propria pensione futura. Tutto questo secondo un meccanismo per cui più si lavora, più si hanno contributi, più si hanno pensioni alte. Per chi avesse iniziato a versare contributi dal ’95 in poi non ci sarebbe stato alcun tipo di problema: il calcolo sarebbe stato interamente contributivo. Al contrario si scatenò un turbinio di emozioni, per lo più negative, per chi si ritrovò con meno di 18 anni di contributi versati. Per questa categoria sopravvenne il calcolo misto: retributivo, per la quota corrispondente agli anni già lavorati, mentre contributivo per la restante parte, con questo secondo sistema meno vantaggioso del primo, perché il suo tasso di rendimento era, per motivi di calcolo, meno favorevole. Per i lavoratori partì poi un susseguirsi di mini riforme, tutte con evidenti lacune, tutte che cercavano di rattoppare un sistema che si stava invece continuamente squarciando. E lo scoppio della crisi nel 2008 non semplificò per nulla la faccenda. La vera svolta arrivò sotto il governo Monti, il quale ebbe al proprio fianco come ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero, al cui nome si deve la nota riforma. Anche il suo operato portò non pochi cambiamenti: i lavoratori, per lo più, iniziarono a sentirsi vittime di ingiustizia, di sfruttamento, di posticipazione di un momento della vita, quale la pensione, in cui finalmente avrebbero potuto godere dei frutti del loro lavoro. Per un lavoratore di circa 50 anni si prospettavano almeno altri 17 anni di lavoro, almeno perché questi anni si adeguano all’innalzamento della speranza di vita, quindi un lavoratore medio non poteva ben sapere se sarebbe andato in pensione a 67, 68, 69… 80 anni. “Tanto non andremo mai più in pensione”, si vociferava. Ma il provvedimento era necessario: la Fornero non prese questa decisione per puro e semplice sadismo, ma perché costretta dai fatti, dai numeri del debito, dalle previsioni di un suo innalzamento. Da qui si propose una vasta gamma di alternative: la pensione di vecchiaia, la pensione anticipata se si maturano un tot anni di contributi (si parla comunque di 41/42 anni, non pochi), l’anticipo pensionistico come forma di accompagnamento alla pensione, tra l’altro non di un solo tipo ma di ben tre, opzione donna e chi più ne ha più ne metta.

Ad aumentare il caos è stata la riforma 2019, Quota 100. Il governo giallo-verde ha chiaramente esplicitato di voler “provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. Fornero” stanziando ben 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato. Una misura sperimentale, originariamente strutturata su un triennio, per consentire un ricambio generazionale a livello di mercato di lavoro, consentendo così di alleviare la “disoccupazione giovanile” di cui si sente parlare da almeno quanto tempo si sente nominare la parola “crisi”. Un intento lodevole ma, per quanto i dati fino a novembre 2019 hanno permesso di capire, ha funzionato? I costi sostenuti hanno portato a qualche buon risultato? E il buon risultato, nel caso in cui ci sia stato, riguarda una vasta platea di gente o solo pochi eletti? Sono tutti versanti da analizzare per capire se Quota 100 è stata una riforma efficace o se è stato solo un altro vano tentativo di cambiare qualcosa nel sistema pensionistico italiano, un’altra proposta idealmente buona ma non attuabile con successo.

Iniziamo con una breve analisi di Quota 100: è una forma di pensionamento anticipato in cui vengono considerati due requisiti minimi per uscire dal mercato del lavoro, sia quello anagrafico (raggiungimento di 62 anni di età), sia quello contributivo (aver versato contributi per almeno 38 anni). A primo impatto, se si pensa a come avviene il calcolo della pensione, un uomo di 62 anni e 38 di contributi già versati non avrebbe alcun interesse ad accedere al pensionamento, se non per un disperato bisogno di abbandonare la vita lavorativa e adagiarsi finalmente sulla poltrona di casa per gli anni a venire. Questo perché, andando in pensione a 62 anni, non aspettando i 67 della pensione di vecchiaia, si verserebbero 5 anni di contributi in meno, che abbasserebbe di circa il 30% la cedola pensionistica, secondo i dati raccolti dall’ufficio parlamentare di bilancio. Il meccanismo infatti fa in modo che ci siano 5 anni di versamenti in meno su un tesoretto che andrà ripartito su 5 anni in più di pensione, ecco la penalizzazione. È un gioco delle parti: sì, accedi prima al pensionamento, però avrai una pensione più magra. Ogni cosa ha il suo prezzo, così dicono. È proprio per questo motivo puramente economico, che le professioni più alte non sono state soggette, se non in minima parte, all’adesione a Quota 100; chi ha preferito aderire è l’individuo che svolge lavori più instabili o insoddisfacenti, e per i quali il versamento dei contributi per qualche anno in più non aumenterebbe poi di così tanto la pensione. I dati Istat hanno chiaramente mostrato come nelle regioni con PIL più basso ci fosse maggior adesione e come questa riguardasse soprattutto lavori poco qualificati, specie nei settori commerciali e dei servizi. Fin qui, tutto torna. A inizio anno si erano stimate all’incirca 300 mila uscite, che avevano portato addirittura a instaurare un sistema di finestre per slittare di qualche mese l’incasso della pensione e non indebitare eccessivamente lo Stato. Ma ciò poi si è rivelato non necessario. Le uscite sono state un terzo in meno del previsto, quindi non ha riscosso particolare successo, e, ancora peggio, le entrate sono state solo 70 mila. Qualcosa nel turnover generazionale non ha funzionato. In primis perché l’identikit tra nuove leve e i neo-pensionati sono estremamente diversi: oggigiorno si troverà più facilmente un giovane laureato, con ambizioni alte, che non vorrà mai inserirsi nel mondo del lavoro a un livello più basso rispetto a quello per cui ha studiato. Ma allo stesso tempo non tutte le professioni, si pensi a quelle tecniche o informatiche, hanno interesse nell’assumere e formare un giovane quando magari esiste già un lavoratore adulto capace. Inoltre, in alcuni casi, a fronte di un pensionamento non c’è stata necessità di intervenire con una nuova assunzione. Il ricambio c’è stato soprattutto nel settore alberghiero, poiché è decisamente più facile formare un barista o un cameriere, e per di più i giovani sono disposti ad accettare anche stipendi più bassi. Per cui alla domanda “Ha portato ricambio generazionale?” si può rispondere “Sì, ma solo in alcuni settori e molto meno del previsto”. A inizio 2019 erano stati preannunciati circa 20,3 miliardi di euro come costo da sostenere per erogare le pensioni in più che Quota 100 avrebbe portato. Ovviamente, sia per la minor adesione sia per il cambio della legge (che verso fine 2019 pareva doversi prolungare solo su un altro anno non più su due) i costi non sono stati di tale portata, ma comunque spropositati rispetto al basso numero di individui che hanno tratto vantaggio. Ma chi è stato, tra questa piccola platea di individui, a godere di tale vantaggio? Chi ha il sistema contributivo, misto o retributivo? Quest’ultima categoria, al 2019, è quasi totalmente inesistente perché nella stragrande maggioranza dei casi sarà composta da individui che hanno già avuto accesso al pensionamento, che sia tramite l’anticipata o di vecchiaia. La categoria dei soggetti sottoposti al solo sistema contributivo non hanno ancora raggiunto i requisiti per accedere a Quota 100, e risulta essere un’altra categoria da escludere. È quasi esclusivamente chi appartiene al sistema misto che si può trovare davanti alla possibilità di lasciare il mondo del lavoro tramite Quota 100. Il calcolo del loro assegno continua ad essere effettuato in maniera ordinaria, tramite regime retributivo (più favorevole poiché collegato alla retribuzione percepita) fino al 1995 e poi con metodo contributivo (più sfavorevole perché direttamente collegato ai contributi versati dal lavoratore, con coefficienti tanto più alti quanto aumenta l’età). A occhio e croce, accedendo a Quota 100, avrà una penalizzazione più alta chi ha potuto beneficiare per pochi anni del sistema retributivo: è più sfavorito chi ha tanti anni di regime contributivo all’interno del più ampio sistema misto in quanto a livello di assegno è il regime retributivo a garantire un trattamento migliore.

Facendo un sunto complessivo per poter poi tirare le somme, Quota 100 ha creato da un lato entusiasmo, per chi è soggetto a lavori insoddisfacenti, mentre dall’altro molta titubanza, a causa dell’evidente penalizzazione economica per chi ha stipendi medio-consistenti.

Favorisce a livello di cedola solo chi ha tanti anni di sistema retributivo alle spalle (manca il requisito di equità, necessario per una buona riforma), ad applicarla sono solo poche categorie di soggetti e non garantisce un grande turnover generazionale. Ha portato costi in più in un paese, come il nostro, già indebitato, in cui i costi sociali riguardanti la categoria “lavoro e pensioni” sono molto più alti rispetto alle altre grandi nazioni europee, dove si investe molto di più per sanità, sicurezza ed istruzione. Pare che nemmeno sostenibilità ed efficienza siano totalmente rispecchiate.

Inoltre, è bene sottolineare che, se questa proposta sperimentale non dovesse essere prolungata per diversi anni, il ricambio sul mondo del lavoro subirebbe una diminuzione. Questo perché, con Quota 100, esso si è innalzato, portando più assunzioni e più pensionamenti (anche se non nei numeri previsti). Fino a quando questa legge resta in vigore si avrà a un turnover costante e, alla sua abolizione, le assunzioni torneranno ad essere quelle pre-riforma, avendo un modo in meno per accedere al pensionamento.
Si può quindi parlare di “riforma di successo”, dopo aver analizzato tutto questo? Sarà il futuro a dimostrarlo più chiaramente.




Eleonora Trentini