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Torna alla home page... Data Odierna: 30 Novembre 2021   
SMART WORKING O LAVORO DA REMOTO?

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Francesco Zappulla
Laurea Triennale in Economia Aziendale
Votazione: 110/110 e lode
Titolo della tesi: Is smart working a win-win work practice? Evidence from the consultancy sector
Relatore: Prof. Angelo Bonfanti
Data di laurea: 9/09/2020
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Fino al 2019 lo smart working era poco diffuso in Italia come nel resto del mondo. Pochi conoscevano questa pratica lavorativa, ancora meno realtà la applicavano.
Di fatto però, la decentralizzazione del posto di lavoro fisico comincia ad affermarsi già intorno agli anni 2000, grazie alla spinta tecnologica unita all’avvento di Internet. Infatti, i lavori che prima dovevano essere svolti a mano con carta e penna iniziano a richiedere semplicemente un personal computer e una connessione internet.
Diventa così semplice portarsi a casa il lavoro da ufficio.
Questo processo si sviluppa nel corso degli anni in modo sempre più frequente e in diverse parti del mondo, rimanendo comunque un fenomeno di nicchia.

E questo fino al 2020.

Infatti, a causa della diffusione della pandemia, molti governi sono stati costretti a chiudere le attività produttive, a partire dall’Italia con il famoso decreto dell’8 Marzo 2020. Tante organizzazioni hanno dovuto riadattare i propri processi interni e, come risultato, la maggioranza dei lavoratori ha portato il proprio ufficio a casa, utilizzando semplicemente un dispositivo elettronico e il proprio wi-fi.
All’improvviso il lavoro da remoto è entrato a far parte della quotidianità. Chiunque ha iniziato a parlare di smart working: politici, giornalisti, persone comuni che precedentemente non avevano mai nemmeno sentito nominare tale parola.
Di lì a poco il termine smart working ha cominciato ad essere usato ed abusato, causando un fraintendimento di fondo per cui talvolta si considera lavoro smart persino dare un’occhiata, da casa, al lavoro da presentare in ufficio il giorno dopo.
In realtà lo smart working è un fenomeno complesso che merita di essere trattato in modo più approfondito

Per prima cosa bisogna fare una netta distinzione: smart working e lavoro da remoto non sono la stessa cosa

Per remote working (o lavoro da remoto), infatti, si intende semplicemente il lavoro svolto al di fuori dell’ufficio tramite un dispositivo elettronico (computer, telefono, tablet) e una connessione internet.
In un certo senso quindi, se durante una giornata si prende il computer portatile e si lavora in tranquillità in biblioteca, quello è da considerare lavoro da remoto. Allo stesso modo, se si usa il computer da casa per finire un progetto da presentare in ufficio il giorno dopo, quello è lavorare da remoto.
Per entrambe le situazioni però, oggi molti parlerebbero di smart working, ma è corretto?
No, non proprio; o meglio potrebbe esserlo, ma a certe condizioni.


Il semplice spostamento della sede lavorativa dall’ ufficio a casa propria non si può sempre definire “smart”

Smart significa intelligente in inglese. E il lavoro intelligente può solo essere quello che porta a un miglioramento tangibile, effettivo e percepibile da tutti i soggetti coinvolti rispetto ad una condizione precedente.
È proprio questo concetto che rende il lavoro smart. Sotto determinate condizioni, implementando il lavoro da remoto, infatti, si può migliorare allo stesso tempo la situazione del datore di lavoro e del lavoratore.
Moltissimi studi, negli ultimi anni, hanno dimostrato che i benefici principali di tale pratica sono una maggiore efficienza organizzativa e una migliore work-life balance, il cosiddetto corretto bilanciamento tra vita privata e professionale.

L’efficienza riguarda sia il miglior uso degli spazi all’ interno dell’organizzazione, sia l’effettivo output lavorativo realizzato dal singolo smart worker.
Da un lato, se le aziende richiedono meno spazio per mettere a disposizione gli uffici ai propri dipendenti, questo si traduce in una riduzione dei costi e dunque in un maggiore profitto, che spesso e volentieri rappresenta l’obiettivo principale di manager, imprenditori e azionisti.
Dall’altro lato, gli smart worker sono complessivamente più produttivi. La maggioranza degli studi riporta minori distrazioni, maggiore focalizzazione sul compito da svolgere, rispetto delle scadenze preposte e un generale orientamento al risultato. In media chi lavora in modo smart produce più risultato rispetto a chi lavora secondo gli schemi tradizionali e contribuisce così in modo maggiore alla performance globale dell’organizzazione.

Il secondo punto riguarda la work-life balance, il bilanciamento tra vita privata e professionale. Chi lavora da casa ha sicuramente più tempo libero. La pratica dello smart working, infatti, aiuta a minimizzare quelle attività (come il tragitto tra casa e ufficio) che generano i cosiddetti “tempi morti”. Gli homeworker (“lavoratori da casa”) di solito spendono questo surplus temporale per le attività personali, come dedicarsi ai propri hobby o riposare. In un certo senso quindi, lo smart worker diventa un manager di se stesso e del proprio tempo libero perché è libero di organizzare a suo piacimento la propria routine, a patto che rispetti le scadenze.
Inoltre, recenti studi evidenziano che gli uomini che lavorano da casa tendono a contribuire con maggiore frequenza alle faccende domestiche che altrimenti, a causa delle ore passate in ufficio, vengono spesso procrastinate o, come purtroppo accade, vengono delegate alle consorti femminili. Questo dato di fatto è stato interpretato in maniera positiva in termini di parità di genere.

Ad ogni modo, anche se le ricerche scientifiche hanno riportato questi e altri benefici nell’utilizzo dello smart working, non mancano alcune problematiche, che nel 2020 sono state esasperate.
Se il lavoro da remoto non viene pianificato in modo intelligente, il rischio principale è che il lavoratore si senta isolato.
Se vengono meno i contatti all’interno del luogo di lavoro si perdono grandi opportunità di coltivare legami consolidati. Del resto, l’uomo è e rimane un animale sociale: non può rinunciare alle sue relazioni, che stanno alla base stessa della vita.
Un altro problema che si ha con un eccesso di home working è il fatto che non sia più possibile distinguere il limite tra vita privata e lavorativa. L’abitazione si trasforma nel luogo di lavoro, ma allo stesso tempo rimane il tempio della vita personale. La mancanza di rigidi orari lavorativi fa il resto: un homeworker che lavora in eccesso potrebbe non percepire questo sforzo in modo “effettivo” perché lo esegue in un contesto familiare, al sicuro nelle mura di casa.


Molti italiani hanno sperimentato questi effetti collaterali durante la pandemia, che ha di fatto svelato il lato oscuro del lavoro da remoto.

Durante il lockdown non è stato possibile vedere i colleghi (come del resto altri amici e parenti) né in ufficio né al di fuori di esso, né durante l’orario lavorativo, né nel fine settimana. E il fatto che si sia lavorato da casa ha portato alcune persone ad associare in modo negativo lo smart working a questa situazione.
E questo sarebbe anche comprensibile, se non fosse che quello del 2020 non è stato smart working.
Come detto prima, lo smart working, per essere definito tale, deve portare ad un miglioramento tangibile sia dal punto di vista del datore di lavoro, sia dal punto di vista del lavoratore. In un contesto restrittivo come essere costretti a casa e non poter godere dei propri cari, il lavoro intelligente non può prosperare.


La sfida principale per il futuro mercato del lavoro è dunque porre in essere delle condizioni che traggano gli aspetti positivi del lavoro da remoto e che lo trasformino in smart working.

In altre parole sarebbe necessario creare un apposito protocollo standard che tenga conto di quanto menzionato e che possa essere adattato a qualunque realtà di impresa.
Dato che al momento non esiste, si può al più fare appello al buon senso, testare l’efficacia del lavoro da remoto per qualche giorno al mese, chiedere il feedback dello smart worker in questione ed eventualmente estendere questa pratica all’intero reparto o magari all’intera azienda.

Ad ogni modo, la letteratura accademica nell’ambito della gestione delle risorse umane fornisce alcune linee guida da seguire per potersi assicurare una corretta implementazione dello smart working.

Per prima cosa è essenziale che l’azienda sia dotata di un sistema IT adeguato. Questo include un computer portatile aziendale, delle piattaforme di comunicazione interna che permettano anche di effettuare chiamate di gruppo (Zoom, Google Meet) e un accesso sicuro alla rete virtuale privata (VPN).
Un aspetto da riconsiderare è il focus stesso del lavoro, che dovrebbe essere spostato (così come la retribuzione) da numero di ore lavorate al raggiungimento di obiettivi. Infatti, la flessibilità è una caratteristica chiave dello smart working. Il punto fondamentale sta nel fatto che l’individuo deve essere libero di gestire il tempo del lavoro come meglio crede per raggiungere degli obiettivi prefissati entro una certa scadenza.
Inoltre, vanno formati i manager su come gestire un team in smart working. È importante che ci sia chiarezza tra datore di lavoro e smart worker in merito ad aspettative, scadenze e obiettivi da raggiungere. I manager hanno anche il compito di valutare con una certa frequenza la performance “a distanza” delle risorse.
Fondamentale è l’organizzazione di eventi di team building aziendali in presenza fisica. Questa pratica diffusa in alcune realtà più “esperte” in ambito smart working permette di compensare l’eventuale sensazione di solitudine causata dal lavoro da remoto. In questo modo si può distinguere il momento lavorativo (da remoto) dal momento relazionale (di persona) che è ideato apposta per instaurare dei legami di socialità tra colleghi.
Buona prassi è introdurre il lavoro da remoto solo per alcuni giorni alla settimana. Alcuni dipendenti ritengono di ottenere il massimo dei benefici dallo smart working lavorando da casa per solo due o tre giorni alla settimana.
Infine, va Lasciata l’ultima parola allo smart worker. In generale la decisione che riguarda il se lavorare da remoto deve essere presa in comune accordo tra dipendente e datore di lavoro. Alcuni studi hanno però dimostrato che quando a decidere le modalità è il lavoratore, i benefici in termini di produttività e dedizione al proprio ruolo sono persino superiori rispetto a quando la scelta “è imposta dall’alto”.

Insomma, ad oggi non esiste una scienza esatta sullo smart working. Questa pratica lavorativa infatti non si adatta né a tutti i lavori, né ai bisogni di tutti.

Ci sono però enormi benefici che possono essere goduti
Questi benefici costituiscono un’opportunità in più rispetto a ieri per i lavoratori, per gli imprenditori e per l’intero mondo del lavoro.
Se e quando questa opportunità verrà usata cum grano salis, con i modi e i mezzi giusti, potremo di sicuro parlare di lavoro smart, di lavoro intelligente.








Francesco Zappulla