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Torna alla home page... Data Odierna: 30 Novembre 2021   
NUOVI MODELLI CIRCOLARI PER LA CREAZIONE DI VALORE

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di Andrea Micheletto
Laurea Magistrale in Direzione Aziendale
Votazione: 97/110
Titolo della tesi: Nuovi modelli circolari per la creazione di valore: teoria e casi
Relatore: Prof.ssa Silvia Cantele
Data di laurea: 8/04/2020
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Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da eventi naturali eccezionali che hanno colpito non solo il nostro Paese (ultime la Tempesta Vaia dell’ottobre 2018 che ha raso al suolo centinaia di ettari di patrimonio boschivo, la disastrosa alluvione del 2010 che ha colpito la Città di Vicenza e l’est veronese e l’eccezionale e duratura acqua alta del novembre 2019 che ha danneggiato i monumenti e le attività commerciali di Venezia) ma anche California e Australia con violenti incendi.
Il rapporto del 2018 del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico ha evidenziato come si abbiano ancora a disposizione 12 anni per evitare danni irreversibili al Pianeta. Si stima che – ai ritmi di emissioni attuali – nel 2100 avremo un aumento del riscaldamento globale di 3°C circa ed è emerso che, nel periodo analizzato dal 1880 al 2018 si sia verificato un incremento della temperatura media di 1°C circa. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico sostiene che se nei prossimi 12 anni non verranno attuate misure correttive il raggiungimento globale raggiungerà la soglia di 1,5°C.
Oltre al fenomeno dei cambiamenti climatici, le fonti non rinnovabili sono sempre più scarse e limitate. Questo trova evidenza nel fatto che nell’arco di tempo tra il 1960 e il 2014 si è verificato un aumento del 450 per cento dell’utilizzo di beni non rinnovabili. Tale incremento della domanda, unito alla diminuzione della disponibilità di risorse non rinnovabili complica la possibilità di soddisfare aumenti aggiuntivi della domanda. Si presume che tra circa 50 – 100 anni si esauriranno le principali materie prime (argento, litio, cobalto, petrolio, rame e stagno).
Si rende quindi necessario passare dal modello di consumo attuale definito “economia lineare” ad un “sistema chiuso”. In base al primo modello la vita di ogni bene è articolata in cinque tappe: estrazione, produzione, distribuzione, consumo e smaltimento. Ciò significa che le industrie, dopo aver estratto le materie prime vergini e averle trasformate per creare prodotti di consumo, distribuisce i beni finiti al consumatore il quale, dopo averli utilizzati, procede allo smaltimento dei prodotti. Il secondo invece si basa sui cosiddetti principi delle 3 R: riduzione, riutilizzo e riciclo.
Il principio di riduzione ha come obiettivo quello di diminuire il fabbisogno di energia, di materie prime e la creazione di rifiuti attraverso il miglioramento dell’efficienza nella produzione e nei processi di consumo, per esempio adottando uno stile basato sulla semplicità e frugalità o utilizzando tecnologie innovative a minor impatto ambientale.
Il principio di riutilizzo fa riferimento a qualsiasi azione dove i prodotti o componenti, che non costituiscono scarti, vengono riadoperati per lo stesso scopo per i quali sono stati ideati. Si è notato che, mediante il riutilizzo, si è potuto incrementare il beneficio ambientale dovuto al minor utilizzo di input, forza lavoro ed energia rispetto alla creazione di nuovi beni utilizzando risorse naturali. In particolare, è stato quantificato un risparmio di risorse fino all’80 per cento se viene adottato il processo di ricondizionamento degli oggetti.
Il principio di riciclo fa riferimento a qualsiasi azione di riutilizzo a partire dalla quale le materie di scarto vengono convertite in prodotti, materia o sostanza sia per scopi originali che per altri fini.
La letteratura individua cinque modelli di business di economia circolare:
1. Forniture o acquisti circolari: i prodotti devono essere creati mediante l’impiego di energia rinnovabile e di materie prime che siano rinnovabili, riciclabili o biodegradabili.
2. Recupero, riuso e riciclo delle risorse: in questo modello gli scarti non vengono eliminati bensì recuperati, riciclati e riusati in nuovi cicli produttivi.
3. Estensione della durata del prodotto: i beni devono essere ideati e creati in modo da durare a lungo. Le aziende devono essere in grado di aggiornare e riparare i prodotti in caso di rottura.
4. Piattaforma di Condivisione: viene incentivato l’utilizzo di piattaforme nelle quali i proprietari e gli utenti possono condividere beni e/o servizi al fine di utilizzare in modo ottimale le risorse.
5. Prodotto come Servizio: in questo modello l’azienda produttrice del bene continua a detenerne la proprietà ma può offrirlo in uso al cliente sotto forma di servizio.
I modelli su elencati possono essere applicati concretamente a imprese che operano in settori diversi. Sono state considerate 10 imprese che adottano il modello recupero, riuso e riciclo. È possibile pertanto attuare un confronto tra le varie imprese operanti nel medesimo settore. Per quanto riguarda il settore tessile la società Aquafil recupera i materiali delle reti da pesca inutilizzate, i tessuti rigidi e i fluff (cioè le parti superiori di tappeti e moquette) per ricavare filo ECONYL® rinnovato. Tale azienda utilizza come input materiali provenienti da risorse non generate direttamente dal proprio processo produttivo.
Tale circostanza si nota anche in altre imprese che appartengono al settore tessile e della moda. Ad esempio Carmina Campus, marchio di moda sostenibile ideato nel 2006, utilizzando materiali di scarto, come i barattoli di lattine in alluminio e scampoli tessili, è in grado di realizzare accessori di alta gamma come orecchini, bracciali e borse.
A Prato l’azienda Tessiltoschi ha ideato “Cartina” il primo materiale a livello mondiale, originato dalla carta riciclata che viene utilizzato, in sostituzione delle pelli animali, per la lavorazione di calzature, abbigliamento, borse ed accessori.
L’azienda Garbagelab, invece, è in grado di creare borse completamente ecologiche impiegando i teloni pubblicitari, le cinture di sicurezza delle auto dismesse e il poliestere riciclato.
Anche nel settore dell’arredo/edilizia si evince una certa similarità per quanto concerne l’origine delle materie prime riutilizzate. Il Gruppo Catalyst produce mattoni direttamente in cantiere mediante calcinacci e detriti degli edifici demoliti, utilizzando un sistema di miscele e compressione a freddo. La società Ecomat S.r.l. è invece leader nella produzione di malta e resina ecologica (utilizzando anche l’olio di girasole) per pavimenti e rivestimenti continui a base d’acqua e atossici. Tali materiali sono totalmente eco-compatibili, riciclabili e certificati. Questi si prestano ad essere utilizzati per scale, bagni, cucine, porte, mobili e per qualsiasi componenti d’arredo. Analogo discorso enunciato per il settore dell’arredo/edilizia può essere replicato anche per quello degli abilitatori/piattaforme. Quest’ultimo, si caratterizza per il fatto che le materie soggette a riciclo non provengono direttamente dal proprio processo produttivo bensì dall’esterno. Sono un esempio: la società Aliplast S.p.A., leader nel recupero e nel riutilizzo dei rifiuti e scarti in plastica, Ecopneus azienda che si occupa di “dare nuova vita” ai copertoni dismessi e il Gruppo Renovo S.p.A. che reimpiega, ricicla e rivaluta i sottoprodotti e scarti biologici e legnosi per realizzare fertilizzanti, bancali e rivestimenti termoisolanti in fibra di legno e sughero adatti per il mercato della bioedilizia.
Per quanto riguarda il settore cartiero e degli imballaggi, sulla base delle imprese considerate, si può affermare che esse utilizzino scarti provenienti dai prodotti direttamente generati dal proprio processo produttivo. Questo è il caso dell’azienda Storopack Italia S.r.l. che produce anche chip da imballaggio in polistirene espanso, questo viene disaggregato e liquefatto per essere in seguito trattato in modo da creare dei granelli che vengono solidificati successivamente espansi per ottenere chip da imballaggio. Possono avvalersi anche di materiali non vergini che provengono dall’esterno. È un esempio la società Favini S.r.l., la quale si avvale per la produzione di carta riciclata anche di materiali come alghe, scarti agroalimentari, tessili e conciari.
Tale discorso può essere esteso anche al settore chimico e farmaceutico.
Fater S.r.l., società che si occupa della produzione di pannolini, recupera i prodotti assorbenti usati convertendoli in plastica, cellulosa e polimero super assorbente. Novamont, invece, produce beni destinati sia al settore della cosmesi, della cura della persona e prodotti per la raccolta di rifiuti organici e imballaggi per alimenti oltre a piatti, bicchieri e posate compostabili. Novamont produce inoltre biolubrificanti e bioerbicidi, che si caratterizzano per il fatto di essere compostabili e biodegradabili.
Da ultimo, mediante l’estrazione dei composti polifenolici contenuti nel succo di bergamotto, la società Bionap è riuscita a produrre un medicinale per controllare il colesterolo “cattivo”. Essa utilizza anche gli scarti vegetali come le foglie di fico d’India, carciofo e degli ulivi come sistema curativo della pelle.
Legambiente, in collaborazione con l’Università di Padova, in uno studio condotto su un campione di 54 piccole – medie imprese hanno cercato le motivazioni che hanno spinto le stesse ad adottare un approccio basato sull’economia circolare.
È emerso che le principali motivazioni sono adducibili a motivi etici e di responsabilità sociale d’impresa ad un incremento del valore prodotto dal bene (88,5% delle imprese), all’accesso a nuovi mercati (69,2%), alla competitività negli scambi (55,8%), ai costi di produzione (35,5%), al ricevimento di sovvenzioni statali (17,6%) e allineamento alle scelte compiute dai competitor (11,8%).
Ciò si è riflesso in una crescita della propria immagine (per l’88,5 % delle imprese), in un incremento della gamma dei beni e prestazioni servite (69,2%), nell’ingresso in un nuovo mercato (52%) e in un incremento della quota di mercato (47%), in un risparmio dei costi (44%), in una struttura dei costi più definita (34%), in un allineamento con i concorrenti (12,2%) e in una maggiore facilità di ottenere credito (8,2%). Ad oggi, tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga, in quanto sono troppo poche le imprese che adottano un modello di tipo circolare. La logica di mercato ancora molto diffusa è quella volta alla massimizzazione del profitto nel breve termine, conseguita anche a costo di sfruttare e inquinare le risorse del territorio. Questo si nota maggiormente nei paesi in via di sviluppo, i quali si caratterizzano per tassi di inquinamento molto elevati, dovuti prevalentemente all’impiego di fonti energetiche a combustibile fossile, a processi industriali obsoleti, per quanto riguarda il rispetto delle emissioni prodotte, e alla creazione non controllata delle metropoli.
Per fare in modo che l’approccio circolare diventi il modello economico di riferimento per gli anni a venire è anche necessario dare avvio un cambiamento culturale, sensibilizzando e coinvolgendo i consumatori finali nell’acquisto di prodotti riciclabili, riutilizzabili, facilmente disassemblabili e quindi rispettosi dell’intero ecosistema e delle persone.
Diventa quindi indispensabile, se si vuole favorire lo sviluppo di tale sistema, non acquistare prodotti di bassa qualità, privilegiando beni che soddisfano gli standard ambientali, anche se comportano un prezzo maggiore





Andrea Micheletto