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Torna alla home page... Data Odierna: 30 Novembre 2021   
IL REDDITO AL FEMMINILE: UNA PANORAMICA SULLA SITUAZIONE ATTUALE

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di Liala Ortile
Laurea Triennale in Economia Aziendale
Votazione: 85/110
Relatore: Prof.ssa Francesca Rossi
Data di laurea: 9/09/2020
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La parità di genere è una tematica di grande attualità, in quanto si avverte la necessità all’interno della collettività di parificare il trattamento tra i due generi.
Quando si parla di parità di genere, si intende la parità di trattamento tra i soggetti senza discriminazioni rispetto al genere di appartenenza. Questa discriminazione può toccare molteplici ambiti della vita, in ogni aspetto nel quale i due generi interagiscono tra di loro.
Nella realtà l’interazione in un ambito richiama tutti gli altri. L’ambito economico, che indica in questo caso la capacità di un soggetto di generare reddito, racchiude tutte le discriminazioni che avvengono negli altri ambiti.
Proviamo a fare un po' di chiarezza su questo concetto.
Se paragoniamo due soggetti paritetici in termini di formazione, esperienza professionale e ambito lavorativo appartenenti a due generi diversi, il trattamento economico loro riconosciuto differisce.
Per meglio comprendere questo fenomeno, partiamo da alcune analisi numeriche. L’Istat nel 2017 fornisce la retribuzione oraria mediana tra i due generi. Si nota come un uomo percepisce una retribuzione maggiore rispetto ad una donna con un range o differenziale pari ad € 0,80. Infatti, un uomo percepisce una retribuzione oraria mediana pari ad € 11,61 contro la retribuzione oraria mediana di una donna pari ad € 10,81.
Mentre l’indagine condotta nel 2018 da Base Auditel racconta che solo il 25,7% dei soggetti di genere femminile intervistati risulta essere capofamiglia in termini reddituali, cioè il soggetto che percepisce maggiore reddito all’interno del nucleo familiare.
Banca d’Italia, che ogni biennio conduce uno studio sui bilanci delle famiglie italiane, nel 2016 attraverso l’indagine condotta e con i dati messi a disposizione e le rielaborazioni di questi, osserva come il 37,4% dei soggetti di genere femminile risulta essere capofamiglia in termini reddituali.
Nelle due indagini citate, il dato prodotto sembra confortante, ma nella realtà, analizzando i dati forniti, si osserva come gran parte delle intervistate siano le uniche percettrici di reddito all’interno del nucleo familiare per svariati motivi, ad esempio: i nuclei sono composti da donne sole pensionate, madri single con figli a carico oppure con un compagno a carico che a causa della crisi economica è temporaneamente disoccupato.
Insomma, l’istantanea scattata da questi enti non è delle migliori in Italia ma anche in Unione Europea la situazione non è molto diversa. Anzi l’Italia si posiziona al secondo posto tra i paesi europei per quanto riguarda la disparità salariale. Tuttavia questo dato risulta essere uno specchio per le allodole, in quanto gran parte delle donne lavorano nel settore pubblico e non ricoprono posizioni apicali.
Per esaminare numericamente questo fenomeno sono stati creati degli indicatori numerici che meglio possono catturare la problematica. Si può utilizzare il “Gender Pay Gap” che viene tradotto nella lingua italiana come svantaggio retributivo e che ha lo scopo di misurare la differenza di trattamento economico tra i soggetti di genere maschile e femminile a parità di mansioni svolte e collocazione gerarchica. Infatti, l’Istat nel 2017 misura un indice pari a + 7,4%, per cui un uomo a parità di mansioni lavorative svolte e formazione guadagna il 7,4% in più rispetto ad una sua collega.
Ma un indicatore più preciso è il “Gender overall earning gap” che viene tradotto nella lingua italiana in divario retributivo complessivo di genere. Considera tre indicatori combinati tra di loro che meglio possono rappresentare la disparità: la retribuzione oraria, il monte ore lavorate e il tasso di occupazione.
Forniti i dati numerici che possono descrivere il fenomeno, si vuole dare una spiegazione su di esso, ricercando le cause e i possibili correttivi.
Il fenomeno della disparità salariale affonda le sue radici dal momento stesso in cui una donna è entrata nel mondo del lavoro. Da subito, questa è stata retribuita in maniera minore rispetto all’uomo e le condizioni lavorative erano sicuramente più difficili. Basti pensare alla prima rivoluzione industriale, quanto il lavoro femminile era assimilato al lavoro dei bambini. Sicuramente la condizione è migliorata enormemente ma si deve proseguire su questa strada per ottenere la parità tra i due generi.
Osservando il nostro paese, ma anche il contesto europeo, in quanto la situazione è la medesima, si trovano delle motivazioni che spiegano la tematica della disparità salariale:
• scarsa flessibilità di conciliazione tra casa e lavoro. Dove le imprese non mettono a disposizione dei propri lavoratori modalità lavorative flessibili per conciliare le esigenze lavorative con quelle personali,
• le donne occupano posizioni lavorative che comportano un guadagno inferiore rispetto agli uomini e lavorano un monte ore inferiore rispetto a questi. Nella realtà prevalgono i contratti part-time per cui a tempo parziale oppure carriere con buchi lavorativi,
• sottovalutazione rispetto alle capacità lavorative di una donna,
• stereotipi culturali rispetto all’immagine di una donna non sempre capace di svolgere mansioni lavorative specialmente verso posizioni apicali,
• stereotipi derivanti dalla maternità: le donne devono spesso scegliere se avere figli oppure proseguire con un avanzamento di carriera,
• riferimenti normativi che nel tempo hanno cercato di normare il lavoro femminile (si considera anche l’attuale legge di bilancio che prevede un sostegno all’assunzione delle donne).
Osservando tutte queste motivazioni, si nota come gran parte di queste siano legate a fattori culturali. In questo scenario diventa difficile operare delle migliorie, in quanto sono legate ad un cambiamento culturale della società, nei suoi valori fondamentali. Non sono solo gli uomini a discriminare le colleghe donne, ma sono le stesse donne che spesso si negano la possibilità di un confronto con i colleghi uomini.
Ecco perché la questione reddituale ben rappresenta la disparità di genere, in quanto il lavoro porta con sé tutte le problematiche inerenti ai fattori culturali.
Nascere donna è già di per sé discriminante, spesso l’educazione impartita è diversa tra i due generi. Il genere femminile viene educato ad essere accudente nei confronti della famiglia, così che le stesse prenderanno delle decisioni future sul percorso formativo e lavorativo considerando il fatto che il loro ruolo è di accudire la famiglia e fare il suo bene. Ma questo non verrà richiesto ad un coetaneo di genere maschile. I ruoli tradizionali persistono ancora ora all’interno delle famiglie.
Questo fatto fa sì che le donne accettino lavori meno pagati rispetto agli uomini e così abbiano minori possibilità di avanzamento di carriera (commessa, segretaria), che riperpetuino l’accudimento familiare (infermiera, insegnante) e che lavorino un monte ore minore rispetto ai loro colleghi di genere maschile (contratti part-time o a tempo parziale).
In questo scenario diventa essenziale che ognuno di noi si renda partecipe al cambiamento necessario per dare spazio a qualcun’altro di emergere.
I riferimenti normativi, sia italiani che europei, che si sono susseguiti nel tempo, hanno di certo migliorato la situazione ma questi da soli non bastano. Sicuramente non sarà un testo di legge a fare la differenza.
Bisognerebbe trovare un modo per scardinare la credenza che la donna sia un universo parallelo rispetto a quello di un uomo. Ma purtroppo dovrebbero essere le stesse donne a chiedere a gran voce un cambiamento. Se ogni donna prendesse una decisione libera e consapevole, rispetto al proprio futuro senza condizionamenti esterni, potremo arrivare ad un vero punto di svolta. Dovrebbero essere loro a chiedere la parità all’interno delle mura domestiche, sia che decidano di avere una carriera lavorativa oppure familiare. La vera rivoluzione potrebbe avvenire in ogni casa e in ogni momento, richiedendo la stessa parità di trattamento.
Successivamente si richiederanno delle norme di legge che vadano a supportare tale rivoluzione. Non il contrario!
Se tutti i soggetti entranti nel mondo del lavoro fossero visti come uguali, non ci sarebbe discriminazione. La maternità diventerebbe la genitorialità, dove entrambi i soggetti divenuti genitori potranno richiedere indistintamente del tempo per accudire la famiglia. Lo smart working non dovrebbe essere solo usato in una situazione pandemica ma diventare una filosofia di lavoro, così che i soggetti possano prendersi del tempo per la famiglia e gestire in autonomia gli impegni e le scadenze lavorative.
Oltre allo smart working, si dovrebbero implementare i servizi per l’infanzia: orari flessibili scolastici e servizi di baby sitting a costi contenuti oppure con agevolazioni contributive.
Forse, solamente così non ci sarebbe più una disparità retributiva di genere. Tutti i soggetti sarebbero chiamati a contribuire liberamente e con le proprie risorse e capacità alla collettività. Ricordiamo che estromettere una parte della forza lavoro toglie delle braccia utili alla ripartenza del paese. In senso economico potrebbe aumentare il Pil (prodotto interno lordo), ottenere maggiore reddito, avere un aumento sui consumi e sui risparmi.
Il mio auspicio è di lasciare un mondo più equo ai miei figli, perché possano liberamente autodeterminarsi e diventare risorse utili e persone di valore per la collettività.




Liala Ortile